Pacification

Pacification

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Se posso fare a modo mio, Tetiaroa rimarrà per sempre un luogo che ricorda ai tahitiani cosa sono e cosa erano secoli fa.

Marlon Brando aveva forse anticipato i vaneggiamenti di De Roller, personaggio cardine del neo noir tropicale Pacification di Albert Serra.

Girato in 25 giorni a Tahiti durante il lockdown dell’Agosto 2021, Pacification è un film che disorienta, una storia assurda ambientata in un paradiso artificiale minacciato da misteriosi test nucleari. La flebile trama che richiama le atmosfere dei noir/thriller politici degli anni ‘70 gira ipnoticamente intorno a De Roller (Benoît Magimel) Alto Commissario della Polinesia francese, flaneur in un mondo postcoloniale dove la politica è un night club, l’oceano un parco giochi per surfisti, militari e ingegneri nucleari. Un’isola dove gli abitanti, memori dei test nucleari del 1995, sono inquieti e i movimenti indipendentisti vogliono organizzare delle grandi proteste. De Roller, temendo che la Cina, la Russia o gli Stati Uniti interessati a destabilizzare il paese, finanzino le proteste locali, minaccia e blandisce, è amico e nemico di tutti. Fingendo di seguire una precisa strategia girovaga, tra lo spaesato e annoiato, tra night club, alberghi, perlustrazioni aeree o via mare. Tra un incontro con gli indigeni e un summit con un politico locale, assiste a combattimenti tra galli e coreografie di danze per turisti. Presenta l’ultimo libro di una scrittrice in cerca di ispirazione e assume una hostess trans come suo braccio destro. Si muove in una no man’s land ondeggiando come un pendolo tra il potere oscuro e il popolo, attraversando fluidamente una terra di mezzo abitata da politici, funzionari, borghesi che si spalleggiano ma con una modalità in apparenza più morbida. Perennemente vestito di bianco, indossa occhiali da sole, dispositivi altamente simbolici indispensabili per vedere, nascondersi, forse proteggersi da un sole troppo violento. Aggrappato disperatamente ad un potere che sembra sgretolarsi ma in realtà è immortale, De Roller è l’incarnazione perfetta dell’uomo bianco contemporaneo postcoloniale. Forse l’ultimo testimone in un mondo destinato ad essere popolato da militari zombie e cyborg. Frutti impazziti di un mondo che non esiste più.

Accanto a lui, splendono tre personaggi femminili, apparentemente estranei o quantomeno indifferenti alle manovre politico militari dell’establishment francese.

Shoanna, hostess dell’hotel che sogna di diventare il vice di De Roller e riesce a conquistarsi la sua fiducia. Interpretata da Pahoa Mahagafanau, Shoanna, né uomo, né donna, è Mahu, termine che indica, nella cultura tradizionale polinesiana, una persona che incarna sia lo spirito maschile sia quello femminile collocandosi in uno spazio fluido tra i generi. Uomini per nascita che scelgono di accogliere l’energia femminile e agiscono come donne. Non c’è discriminazione per questo terzo genere. Gauguin stesso che li aveva ritratti, veniva definito Mahu, per le sgargianti camicie che indossava.

Gauguin

Un’armonia sociale distrutta dall’arrivo dei soldati francesi coinvolti nei programmi nucleari che, visto la mancanza di donne, spinsero alla prostituzione molti Mahu. Racconta Serra che a Cannes Shoanna era attesa con grande curiosità, come se fosse una drag queen.

C’è poi la coreografa che studia i movimenti delle lotte dei galli per migliorare lo spettacolo di danza per turisti che è in realtà acuta metafora degli uomini che si scontrano nel film. Uno studio che rimane in filigrana lungo tutto il racconto.

Galli

Infine una scrittrice in cerca d’ispirazione che nella descrizione che ne fa De Roller sembra forse alludere alla poetica dello stesso Serra. Uno spirito libero che porta avanti una guerra contro il political correct e l’oscurantismo, dando vita ad una lingua straniera capace di creare confusione più che facili classificazioni.

Pacification è una fantasia che racchiude il contemporaneo, aumentando l’intensità della percezione. L’isola di Tahiti, immersa in un tempo fluido dove si spalancano improvvise voragini di disagio, diventa scenario mentale. I feticci esotici (onde, palme, giungla, sculture, vulcano) immersi in colori spinti alla massima saturazione si confondono con le luci al neon delle insegne. Serra non filma la realtà, non cerca coerenza, né pertinenza, né onestà. Immagina uno scenario con il suo sguardo autoriale e deformante e sceglie di inserire nella sua visione un’ unica scena realistica che filma una folla di turisti e abitanti che aspettano la grande onda, cavalcata dai surfisti. Per costruire il suo mondo si ispira agli scenari ultra artificiali dei film hollywoodiani degli anni ‘50 e ‘60 che confondono realtà e finzione riuscendo a sospendere l’incredulità e ad emozionare. Studia i film degli anni Settanta. Parallax View di Alan Pakula, Chinatown e Ghost Write di Roman Polanski, The Killing of a Chinese Bookie di John Cassavetes. Il risultato è un neo noir tropicale, un pastiche cinematografico paradossalmente coerente nel quale si ritrovano tracce di Apocalypse Now, ma anche le atmosfere oniriche di David Lynch, personaggi che potrebbero essere usciti da Rosso Sangue di Leos Carax, da Beau Travail o White Material di Claire Denis.

Nelle interviste Serra dice di aver lavorato con una sceneggiatura senza dialoghi, quasi un romanzo breve che riporta gli stati d’animo dei personaggi. La mancanza dei dialoghi, sussurrati agli attori, subito prima delle riprese per aumentare l’ambiguità dei personaggi, così come la comunicazione minima sul set dava spazio ad intuizioni e ispirazione degli attori. Una troupe minima, un direttore della fotografia, tre camere al quale il regista affida la sua visione perché possono vedere e registrare cose che l’occhio umano non vede. Le videocamere non si stancano, non si annoiano, non sentono il suono e non hanno idee. Sará poi il regista e il montatore a dover estrapolare e fare emergere dalle 540 ore di girato, il materiale utile a comporre la visione.

Più che un film Pacification è un saggio e andrebbe visto più di una volta per comprenderne le implicazioni extra cinematografiche. Serra dice di non aver voluto dire niente sul colonialismo ma è evidente che il materiale è culturalmente denso ed incandescente. Il primo incontro tra De Roller e i rappresentanti delle popolazioni locali è immerso in un clima dove i locali richiedono e i francesi promettono. Un dialogo dai toni political correct su questioni legate al nucleare e alla tutela dell’oceano che si chiude con la richiesta di poter frequentare il Casino per non essere segregati e la promessa da parte dell’Alto Commissario di invitare tutta la popolazione a festeggiare il 14 Luglio al Casino e al Tropical Night. Il secondo incontro con il rappresentante più giovane si gioca su toni diversi e alla presenza di un misterioso alleato della causa. Qui non si chiede permesso ai francesi. Si comunica e basta. Siamo più dalle parti di un combattimento tra galli.

Nelle retrovie un’altro personaggio femminile, Tarita Teriipaia che nella sua autobiografia Marlon Brando. Il mio amore, la mia ferita restituisce un’amara riflessione sulla distruzione del paradiso, invaso e cannibalizzato dagli ingegneri nucleari francesi, dalle riprese dei film americani e dal turismo. Figlia di un pescatore dell’isola di Bora Bora con sangue cinese Tarita viene scelta da Lewis Mileston, regista di Mutiny of The Bounty per interpretare Maimiti, la figlia del re di Tahiti che si innamora del luogotenente Fletcher Christian, interpretato da Brando. Tarita e Marlon si innamorarono veramente e si sposarono.

Bounty

Il matrimonio fu un disastro ma Brando rimase stregato dall’isola e si comprò l’isola Tetiaroa, ora diventato resort di Lusso “La mia mente è sempre calma quando mi immagino seduto di notte sulla mia isola dei Mari del Sud” affermò “Se posso fare a modo mio, Tetiaroa rimarrà per sempre un luogo che ricorda ai tahitiani cosa sono e cosa erano secoli fa”. Atteggiamento predatorio e paternalista che in qualche modo ricorda Coppola che scelse di girare nelle Filippine del sanguinario Marcos per fare un film contro la guerra in Vietnam.

Pacification contiene l’ineluttabile destino di un’isola. Lo annuncia nelle prime scene e lo sigla nel finale. Tahiti e con lei il vecchio mondo, è inesorabilmente sparita.

Simona Cella

Simona Cella

Sceneggiatrice, produttrice, critica cinematografica