Dao
Intervista al regista Alain Gomis che con Dao supera il confine tra realtà e finzione per raccontare in un fiume di immagini tra Francia e Guinea-Bissau la storia di Gloria e della figlia
Costruito sul labile confine tra realtà e finzione, Dao ci fa entrare nella vita di Gloria, immergendoci in un flusso dove la cerimonia funebre in Guinea-Bissau in onore del padre si intreccia senza soluzione di continuità con il matrimonio della figlia in Francia. Un film che vuole colmare la rappresentazione mancata di una generazione di africani che rivendica il diritto di raccontarsi attraverso narrazioni proprie. Un atto di restituzione che è soprattutto un’esperienza cinematografica immersiva, in controtendenza a un cinema sempre più standardizzato.
Ha presentato Dao al Festival del cinema di Berlino, lo scorso febbraio, in un’edizione segnata dalle dichiarazioni di Wim Wenders su cinema e politica. Lei fa cinema politico?
Il cinema è inevitabilmente politico, non so come si possa fare un cinema che non lo sia. Il modo di raccontare una storia, di inserire un personaggio, è già di per sé una questione di gerarchie. Non è perché alcuni sono nella resistenza che sono più politici di quelli che affermano un dominio.
Il nucleo di Dao è formato da una coppia madre-figlia intorno al quale gravitano la famiglia allargata e gli amici. È un film-fiume, che immerge lo spettatore in un universo complesso che tocca temi come l’immigrazione, il rituale, la famiglia. Come è riuscito a ordinare questo materiale?
È stato appassionante e difficile. Quando ho iniziato a lavorare sull’idea del film mi sono reso conto quasi subito che avevo due cerimonie in due paesi diversi, con tre o quattro generazioni, uomini e donne. Volevo innanzitutto ascoltarli. E così è iniziato il processo di un film aperto ad accogliere l’imprevisto: ciò che ognuno volesse dire o fare. Sapevo che al centro c’era la storia di una madre e sua figlia, ma soprattutto la storia di Gloria. Quando ho un filo conduttore come questo so che intorno posso inserire degli elementi in un gioco di ritmo e intreccio.
Gloria è ferita ma forte. Aveva in mente una donna in particolare quando ha costruito il suo personaggio?
Avevo diverse donne in mente ma l’ho costruito davvero insieme a Katy Correa, che la interpreta sullo schermo. Capisco i miei limiti, sono un uomo: dovevo ascoltarla, perché altrimenti sarebbe stato ridicolo. Ho immaginato una struttura, ne abbiamo discusso e… tutto quello che avevo scritto lo abbiamo buttato nel cestino. È giusto, bisogna scrivere una sceneggiatura, trovare i soldi, ma il film va fatto nel presente.
Dao è un film sperimentale: inserisce i casting, mostra cosa succede prima delle riprese e come ha lavorato con gli attori. È stato un processo collettivo che ha costruito insieme a loro, alla troupe e agli studenti del Centre Yennenga (istituto culturale dedicato al cinema fondato a Dakar da Gomis nel 2018, ndr) che hanno realizzato il montaggio insieme a lei. Come si concilia un processo collettivo con la presenza di un regista?
Ascoltando. Per esempio, mi piaceva molto conoscere il punto di vista degli studenti, molto più giovani di me e per questo con delle consapevolezze diverse. Oggi credo di apprezzare di più il fare un film con gli altri piuttosto che uno tutto mio. Trovo che il film sia migliore quando è collettivo.
Pensa che questa possa essere una soluzione per realizzare film più indipendenti?
Sì, questo è il sesto film e quindi posso avere margini di libertà più ampi rispetto a quando ho girato la mia prima opera. Posso arrivare con una sceneggiatura più aperta. Conosco meglio anche il set. L’esperienza mi permette di rompere anche alcune norme di produzione (dire “silenzio, motore, azione”, a esempio). Ed è proprio la norma di produzione che spesso crea la forma del film, spingendo gli attori a fare esattamente ciò che fanno di solito. Bisogna rompere il modello di produzione per poter instaurare un nuovo rapporto che porti a risultati diversi, anche se è difficile. Non si può avere la libertà che si desidera se non si cambia il modo di fare.
Girare in Africa è molto diverso dal girare in Europa, penso alle regole, i permessi…
Bisogna conoscere il proprio ambiente. Quando abbiamo girato in Francia, eravamo liberi. Ma abbiamo girato tutto nello stesso posto, in uno spazio che conoscevamo e dove potevamo improvvisare. Il cinema è soprattutto sapersi adattare alle condizioni che si hanno, e meglio le conosciamo, più siamo in grado di trasformarle in qualcos’altro. Ma ecco, dobbiamo adattarci continuamente. Io sono sicuro che oggi, se voglio girare per strada qui, a Milano, sia possibile. Ma a determinate condizioni. Non potrò girare per tre ore. So che per la ripresa che devo fare avrò 10 minuti. Faremo un piano sequenza, andremo in un posto, faremo la ripresa con una piccola telecamera, qualcosa di abbastanza discreto.
Ho l’impressione che a volte i festival si aspettino un certo tipo di film dai registi africani o asiatici. Non le è mai capitato di essere spinto a realizzare un certo tipo di film o è sempre stato libero?
La libertà di per sé non esiste, va conquistata; quando cerchi finanziamenti per esempio, ti diranno che sono interessati ma ad alcune condizioni, bisogna accettare di non avere dei finanziamenti che ti influenzino troppo. Lo stesso al momento del montaggio: ci sono state molte discussioni sulla durata del film, ma quello che conta non è tanto la mia libertà ma quella del pubblico.
Quando le persone che hanno visto il film mi dicono che si sono riconosciute, che hanno pianto, riso, ho la prova che quello che pensiamo essere cinema popolare è spesso quello che non ha più sapore. Mi fa paura quando si presenta il film in maniera complessa, è vero ci sono molte cose, ma abbiamo tutti cercato di fare un film diretto, per le persone. Non è un esercizio di stile, si è trattato di raccontare qualcosa che ha una sua forma precisa e che ti tocca perché non assomiglia ad altro. Non è mera sperimentazione.
In quali paesi uscirà il film?
In Francia. In Senegal ne stiamo discutendo ma dovrebbe essere a breve, in Guinea-Bissau faremo solo alcune proiezioni perché la situazione è complicata. In Italia è difficile uscire nelle sale. Félicité (2017) è uscito per poco. Penso che sia difficile per Dao che dura tre ore. Continuo a sperare, perché il film, sorprendentemente, circola bene, anche in paesi dove i miei film non sono mai stati distribuiti. Usciremo anche in Costa d’Avorio e Togo.
Com’è la situazione del cinema in Senegal?
È difficile definirla, perché ci sono aspetti positivi, come un fondo per il cinema e la riapertura di alcune sale, e ci sono aspetti negativi. Il fondo in realtà non è costante ed è difficile realizzare una produzione quando non sai quando potrai presentare la richiesta di finanziamento. I giovani continuano ad avere difficoltà.
Ma anche fare un cinema che sia in sintonia con il contesto economico è stimolante. Altrimenti, smetti di farlo perché non ci sono soldi. Non ci sono soldi e quindi il tuo film sarà determinato da chi te li dà. È un problema importante: come costruire un cinema locale. Non puoi fare cinema solo con film che possono andare solo all’estero, sarebbe schizofrenico.
Adesso è il momento di cambiare. Al Centro Yennenga, dal canto nostro, c’è grande fermento. Ci occupiamo anche della post-produzione per permettere che i film vengano realizzati interamente qui, con costi inferiori. Perché se faccio post produzione in Italia o Canada il film costerà molto, non riuscirei a renderlo redditizio né rivolto al pubblico che cerco. Quindi oggi è necessario trovare l’economia endogena del cinema, in Senegal e in altri paesi.