Magellano
Un giorno l’uomo bianco verrà e ci salverà.
Su questa credenza indio Lav Diaz costruisce la prima potente sequenza di Magellano presentato a Cannes in forma di poema o meglio di acid trip, come dice lo stesso Diaz. Un’anteprima di un film che potrebbe avere la durata di 9 o 10 ore e che in questa versione ridotta veicola, attraverso la potente interpretazione di Gael Garcia Bernard, visioni ed emozioni più che informazioni.
L’uomo bianco è arrivato ma non per salvarci. Per conquistarci, colonizzarci, distruggerci, creando una frattura dentro di noi.
La prima immagine del film impregna il racconto dell’urgenza di confrontarsi e distruggere il mito dell’uomo bianco. Quando dice noi Diaz non si riferisce solo alle Filippine ma anche a Messico, Malesia, Indonesia, Taiwan, Corea del Sud. Il suo è un discorso universale sulla colonizzazione che abbraccia anche la contemporaneità e quindi l’Ucraina e Gaza. E’ un discorso su dittatori populisti che attraverso la mitizzazione della loro figura provocano una pericolosa frattura nella psiche della popolazione. E’ un ciclo che continua a ripetersi. Magellano non è vecchio o nuovo. E’ qui da sempre.
Se per noi è uno dei tanti esploratori, per le Filippine è il protagonista di una storia epica come quella di Ulisse narrata da Omero. E’ parte della psicologia del paese, quasi un’ossessione che ha ispirato canzoni, fumetti, film, libri. Un’ossessione e al tempo stesso un tabù perché non è mai stato fatto uno studio approfondito che possa contrapporsi alla prospettiva imposta dall’Occidente. Ed è qui che il cinema di Diaz si posiziona, come una diga contro l’oblio portato avanti dal colonialismo spagnolo, americano, giapponese, dalla dittatura di Marcos e dalla presidenza di Duterte. La tormentata vicenda di Magellano incide infatti la prima traccia storica della lotta dei popoli indigeni contro il colonialismo europeo.

Ma chi è Magellano?
Semplificando lo si potrebbe descrivere come un avventuriero portoghese traditore della madrepatria che schiavo di ambizioni tiranniche guida una flotta spagnola alla ricerca del mitico punto di passaggio tra l’oceano Atlantico e il Pacifico. Sopravvive a intrighi, ammutinamenti e mari in tempesta ma non ad una morte inaspettata in uno scontro con i nativi dell’isola di Cebu, comandati dal mitico Lapu Lapu, oggi celebrato come eroe della resistenza filippina al colonialismo.
«È un film su come il potere inebria e sul mito della scoperta», spiega Lav Diaz. «Qui, Magellano non è un eroe, è un uomo che si trova ad affrontare il proprio oblio».
Il regista affronta la vicenda come se fosse un cold case, si immerge per 7 anni in uno studio forense affrontando le contraddizioni, studiando le sfumature e i piccoli particolari che la tradizione popolare non riporta.
Una mole di lavoro immensa se si pensa che solo nell’archivio di Siviglia ci sono 50 milioni di pagine da consultare.
Diaz costruisce il personaggio di Magellano intorno a due perni: la violenza e la religione.
Magellano si è formato nell’ethos di una violenza predatrice che per mano del Re Manuel e di Francisco De Almeida tra il 1504 e il 1511 ha portato all’uccisione di 2000 persone al giorno tra India e Marocco.
E’ la violenza della conquista che si intreccia all’ambizione di dominio per il commercio delle spezie, allo schiavismo e ovviamente alla religione, il secondo perno intorno al quale si modella la figura di Magellano. Durante gli infiniti mesi di navigazione nell’Oceano Pacifico Magellano decapita in nome del Papa due uomini sospresi a fare sesso, abbraccia la statua del Santo Niño e quando finalmente sbarca sull’isola di Cebu si fa evangelizzatore delle popolazioni autoctone.

Qui un ruolo chiave lo avrà Enrique, schiavo che Magellano aveva acquistato 10 anni prima in Malacca, attuale Malesia. Probabilmente nato e cresciuto in quella zona delle Filippine, farà da mediatore con Humabon, re dell’isola, primo autoctono, insieme alla moglie, a convertirsi e farsi battezzare.

Enrique è un personaggio chiave che riesce a mutare il suo destino. Vittima della schiavitù, testimone nella traversata, mediatore e infine conquistatore della propria libertà. Traditore come il suo padrone ma non per potere ma per giustizia.
Potente il momento in cui Enrique durante l’infinita traversata racconta la sua vita al figlio di Magellano. E’ un racconto che si limita all’elenco di padroni che lo hanno acquistato e poi venduto. Una triste litania di nomi e luoghi che lo fanno involontario viaggiatore. In altri momenti del film Enrique invoca il nome di divinità a cui chiede sostegno e che accusa di averlo abbandonato.
Ironia vuole che non fu Magellano la prima persona che tecnicamente completò la circumnavigazione del globo, qualcuno sostiene che sia stato proprio Enrique, finalmente tornato a casa.
Il discorso della schiavitù corre parallelo a quello della conquista e Diaz ricorda con il personaggio di Bartolomé de las Casas che nel Cinquecento non esisteva un consenso monolitico sulla schiavitù anche se fu solo nel 1570, che nuove leggi poi limitarono il commercio di schiavi.
Quasi invisibili ma non per questo meno importanti, altri due personaggi si confrontano con Magellano.
La moglie Beatriz Barbosa de Magallanes, dolce presenza in Portogallo e Spagna che lo accompagna, fantasma o visione anche durante l’impresa. Due volte nelle lunghe notti sull’Oceano appare per annunciare la sua morte e quello del figlio e l’ultima volta sull’isola di Cebu, triste osservatrice della morte di Magellano. Quando nel 2019 Diaz inizia a sviluppare il progetto Beatriz doveva essere la protagonista, ma il regista che voleva uscire dai confini portoghesi per dare spazio alla prospettiva dei nativi la lascia a margine. Le immagini però ci sono e Beatriz, The Wife, potrebbe essere il sequel e/oprequel che si concentra sulla prospettiva della donna rimasta a Siviglia.

L’altro fantasma è solo un’evocazione.
Lapu Lapu, spirito, eroe della resistenza o invenzione di Humabon che lo descrive come un bevitore di sangue per spaventare Magellano e i suoi uomini che volevano giustiziare chi rifiutava di convertirsi.
Emblema del nazionalismo filippino, celebrato in monumenti ed insegne, presente nella toponimica Lapu Lapu è conosciuto solo attraverso storie apocrife, leggende e racconti popolari trasmessi oralmente.
Magellano lo deride. E’ un fantasma, un mito, nessuno lo ha mai visto. Un inganno, una chimera che però gli sarà fatale.

Di questa complessità il film restituisce ipnotiche visioni di foreste, maestosi fiumi e infiniti oceani. Una natura incontaminata ma che appare puntellata di cadaveri, di corpi che uccidono o cercano la salvezza in antichi riti ancestrali che sembrano soccombere a nuove forze. Ne risulta un sontuoso affresco a tinte fosche dove il bianco e nero, segno distintivo della filmografia del regista, lascia spazio a colori dai toni fiamminghi, spesso immersi nell’ombra e illuminati da candele. Girato in 4:3 per evocare le immagini coloniali, Magellano è un susseguirsi di quadri che attraversa i generi della storia dell’arte: il paesaggio, il ritratto, il quadro storico, l’arte contemporanea quando l’inquadratura si fa storta e mette griglie di fronte al visibile. Un lungo processo di ricerca della verità che passa anche dal suono. Niente colonne sonore ma solo suoni d’ambiente che vengono lavorati e ampliati nella fase di postproduzione.
Magellano è anche un ideale romantico, incarna l’esploratore che sogna nuovi territori, ed è per Diaz anche metafora di cinema.
Per me è anche la vocazione del cinema. Possiamo sempre spingerci oltre. Sono convinto che se continuiamo a superare i limiti del cinema, scopriremo qualcosa di nuovo, qualcosa di più significativo. Dobbiamo abbattere i muri della paura per scoprire nuovi orizzonti. Possiamo ancora trovare isole d’oro da qualche parte.
Diaz ha trovato in Bernal Gael Garcia un complice perfetto. Immergendosi nel personaggio e nelle sue ombre, imparando il portoghese, studiando, leggendo, incarnando Magellano l’attore dice di avere compreso sfumature che potrebbero sfuggire a giornalisti, studiosi e psicologi.
Un lavoro sul corpo, la lingua, l’ethos del tempo che ci ricorda che per comprendere la storia è necessario ascoltare, cercare e comprendere le piccole cose. La narrazione e il cinema sono questioni complesse e impongono tempi dilatati di visione e ascolto. Il cinema di Diaz, amuleto di verità, esiste per ricordarcelo.
Interviste
Biografie di Magellano
Relazione del primo viaggio intorno al mondo, Antonio Pigafetta,Edizioni Feltrinelli
Magellano, il primo viaggio attorno al mondo, David Salomoni, Edizioni Laterza