The Bride
Intervista alla regista rwandese Myriam U. Birara che con The Bride indaga il Rwanda post genocidio mettendo sotto i riflettori i guterura, sequestri di ragazze a scopo di matrimonio che sono stati a lungo pratica comune.

The Bride primo lungometraggio della regista rwandese Myriam U. Birara è ambientato nel 1997 e ha come protagonista Eva, una ragazza che sogna di diventare medico, ma viene rapita e costretta ad accettare un matrimonio forzato con uno sconosciuto. Una pratica diffusa nel paese fino a tempo fa, nota col nome di guterura. Il marito è spesso via però ed Eva inizia a legarsi alla cugina del marito…
Con uno sguardo cinematografico, che fonde realismo e simbolismo, essenzialità e profondità, la regista, che è anche pittrice, rientra a pieno titolo nella nouvelle vague africana dimostrando come sia possibile fare cinema indipendente politico e femminile senza passare attraverso tortuosi e a volte ambigui finanziamenti europei.
In un’intervista in occasione di Open Doors 2025-2028 Focus Africa, iniziativa del Locarno Film Festival, la regista ci ha raccontato la sua pratica cinematografica
Come e perché hai deciso di fare cinema?
Nel 2009 ho visto un cortometraggio di un regista rwandese, girato in lingua kinyarwanda e che rappresentava in maniera reale la vita nel paese. C’era molto silenzio nel film, non solo una scelta stilistica ma la rappresentazione di qualcosa che esisteva davvero intorno a me. Era realistico ma anche bello e poetico. Era l’opposto dei film che guardavamo all’epoca. Nel 2009, la maggior parte dei film che venivano girati in Rwanda, Tanzania o Nigeria mostravano una vita opulenta che non corrispondeva a quella che vedevo nel paese. Ero ancora al liceo e quando ho visto questo film ho capito che volevo fare cinema. Ho iniziato a cercare informazioni su come si fa un film. Fino ad allora mi ero espressa attraverso il disegno e la pittura. Sono una regista autodidatta.
The Bride sembra un film molto semplice ma in realtà affronta tematiche complesse. Come la pratica del guterura e la solidarietà femminile. Perché hai scelto di raccontare questa storia?
Per me era urgente realizzare questo film, perché sono cresciuta alla fine degli anni ’90 ascoltando storie di donne costrette a sposarsi. A volte erano i vicini, a volte le zie, persino i rapitori erano persone di famiglia. Magari lo conoscevi, sapevi che aveva rapito sua moglie ma la vita sembrava andare avanti, lei era rimasta con lui, non si capiva se avesse delle ferite, se il loro matrimonio funzionasse davvero. Mi sono sempre chiesta: come hanno fatto queste persone a farla franca? E come fanno queste donne ad affrontare la situazione? Perché in apparenza sembrava tutto a posto, la maggior parte delle donne rimanevano con il proprio rapitore e avevano dei figli. Questa cosa continuava a tormentarmi e volevo che il mio primo lungometraggio parlasse di questo. Ho scelto di ambientarlo nel 1997 perché è l’ultima volta che ho sentito storie di rapimenti, poi questa pratica è stata vietata. Oggi in Rwanda questi sequestri non si verificano più, anche se ho sentito che in alcuni paesi vicini succede ancora.
*Nella pellicola si parla anche della ricostruzione della società dopo il genocidio del 1994.Come hai affrontato questo tema?
I film dovrebbero essere complessi, come la vita. Ecco perché ho inserito il genocidio come sfondo. Nel 1997 la gente era ancora sotto shock, la ferita ancora aperta. C’erano persone che non sapevano nemmeno cosa fosse un genocidio. Si discuteva molto su quello che era avvenuto. Era prima che l’Onu o la comunità internazionale decidessero che si trattava di un genocidio. Volevo mostrare come in quegli anni il paese fosse distrutto, come le persone cercassero di rialzare la testa, di avere speranze, anche se erano davvero devastate. Al contempo avevo sempre pensato anzi di non voler fare un film su questa tragedia, perché si era parlato solo di quello e noi abbiamo così tante storie da offrire, ricche di sfumature che possono essere catturate e raccontate attraverso il cinema. Così, se non era possibile fare un film che escludesse il genocidio, ho deciso comunque di farlo rimanere sullo sfondo. Abbiamo anche molte altre storie da offrire, ricche di sfumature che possono essere catturate e raccontate attraverso il cinema. Io volevo raccontare di una donna che vuole andare a scuola, che vuole intraprendere una carriera. Oggi in Rwanda le donne sono in prima linea. Abbiamo il 61% di deputate in parlamento. Abbiamo figure femminili di rilievo. Penso che questo non sia successo in un giorno. È iniziato grazie a donne come Eve.
Eve decide di lasciare il marito per continuare gli studi. È un finale realistico?
Non proprio. La maggior parte delle donne è rimasta intrappolata nel matrimonio. Nessuno avrebbe impedito a una donna di andarsene, ma il problema era come la società l’avrebbe vista e trattata dopo. La maggior parte delle donne che conosco, che sono state rapite sono ancora sposate e hanno circa 50 anni. Volevo un lieto fine per me stessa.
Come hai lavorato sulla sceneggiatura?
L’ho scritta in modo molto sintetico. Il film è stato realizzato da una troupe molto piccola, con pochi attori e attrici, senza i fondi tradizionali. Questo significa che avevo la libertà di scrivere come volevo, senza dover chiarire tutto. Ho discusso molto con le attrici sui dialoghi. Partendo dalla sceneggiatura ho lavorato con loro per rendere realistiche e credibili le parti riguardanti la sessualità. Sono attrici molto giovani ed erano molto infastidite dalla storia e da tutto ciò che le donne devono sopportare per rendere felice un uomo. Hanno capito che volevo ricreare la chimica della sorellanza tra i loro personaggi. Il cuore centrale del film è l’amicizia tra donne, tema poco affrontato perché il più delle volte si dice che le donne si pugnalano alle spalle a vicenda… Parlare dell’amicizia tra donne che la società cerca di ignorare per me è una dichiarazione politica.
La storia è ambientata in una zona che sembra disabitata…
Il film è girato nel nordovest del Rwanda, volevo un posto poco abitato, sia perché nel 1997 molte persone non erano ancora tornate dall’esilio e molte case erano state distrutte sia perché volevo che la casa fosse isolata per comunicare il senso di solitudine di Eve.
Stai lavorando ad un nuovo progetto?
Sto scrivendo una nuova sceneggiatura. Questa volta però vorrei trovare dei finanziamenti più consistenti rimanendo però sempre in ambito indipendente e africano. Un film dal budget leggero da realizzare in poco tempo e libero da condizionamenti (occidentali).