L'Africa al Lido di Venezia

L'Africa al Lido di Venezia

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È già tempo di bilanci per la 83ª Mostra del cinema di Venezia che si chiuderà sabato 12 settembre.

Bilanci e previsioni per un’edizione anticipata da polemiche per la quasi totale assenza di film di registe, nonostante una giuria condotta da una donna, la regista, attrice, sceneggiatrice e produttrice statunitense Maggie Gyllenhaal, e composta dalla regista e sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore e artista britannico Daniel Blumberg, il docente universitario italiano Francesco Casetti, il regista e sceneggiatore francese Xavier Giannoli, la regista e sceneggiatrice afgana Shahrbanoo Sadat, il regista e produttore hongkonghese Johnnie To.

Flebile la presenza del cinema africano che conta quattro lungometraggi (che non concorrono però per il Leone d’oro): La maison du vent del franco-camerunese Auguste Bernard Kouemo Yanghu, (Orizzonti), The h@llow man del tunisino Kamel Laaridhi (Settimana della critica), Al Baraneya dell’egiziana Ashgan El-Hamus e Dear Ajayi del nigeriano Damilola Orimogunje (Giornate degli autori). Abderrahmane Sissako debutta invece nella Virtual Reality con Artou, in concorso nella sezione Venice Immersive.

Altre presenze africane aleggiano però sul Lido. Final Cut in Venice ha riconosciuto il primo premio a Madi Makambu di Machérie Ekwa Bahango (Repubblica democratica del Congo, Francia, Belgio) che “ci invita a seguire una giovane protagonista autentica ed elettrizzante, alle prese con la violenza e l’ingiustizia sociale, attraverso un film che mescola generi e offre colpi di scena inaspettati e dà voce a chi non ne ha”.

Il Premio “Le vie dell’immagine” spetta alla regista franco-senegalese Mati Diop, per la sua ricerca tra cinema, arti visive e installazione, sui temi della memoria, dell’identità e della storia coloniale.

Prevista poi oggi, 11 settembre, nel pomeriggio, la seconda edizione di Africa chiama, organizzata dalla Giornata degli autori e che propone un confronto tra accademici e rappresentanti di istituzioni italiane e africane sui programmi di formazione al cinema e linguaggi dell’audiovisivo.

L’arte della rivolta

Ci piace segnalare che il Premio Robert Bresson 2026, promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo è stato attribuito a Pedro Costa, originario di Lisbona ma che ha dedicato quasi interamente la sua filmografia a Fontainhas il quartiere popolare di Lisbona abitato in larga parte da immigrati capoverdiani.

Un regista capace di tenere insieme radicalità estetica e responsabilità etica, che ha dichiarato: “il mondo di oggi non lo capisco e mai lo capirò. Ci sono ancora dei bei film, alcuni magnifici, pochi certo, ma la distanza tra lo spirito e la materia aumenta sempre di più. Cesare Pavese diceva che ‘c’è chi sta di qua e c’è chi sta di là’. Io sto di qua e questo non cambierà mai. Il guaio è che ci sono persone che non fanno neanche lo sforzo di capire che ci sono posizioni da prendere.

La maggior parte dei registi presenti in questa Mostra non crede nel valore del cinema, il cinema non è semplicemente realizzare un film, mettere insieme una troupe e portarlo in giro per i festival. Il cinema è un’altra cosa, è l’arte della rivolta. Ci sono tanti giovani arrabbiati, il cinema è anche un’arte della gioventù e quando il cinema smette di confrontarsi con la realtà, o si rifiuta di vederla, non è più cinema, smette di esistere”.

Se l’arte della rivolta è purtroppo sempre più rara nei film africani contemporanei questo non si può dire per la volontà di confrontarsi con il reale. Il neorealismo infatti rimane la cifra dominante anche dei film presenti a Venezia.

La solitudine della migrazione 

La maison du vent, primo lungometraggio di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, segue le peripezie dell’ottantenne Josette che vive sola a Yaoundé, nella speranza che i suoi sei figli, tutti emigrati in Europa, prima o poi tornino in Camerun.

Interpretata magistralmente dalla madre del regista, Josette è determinata a terminare la costruzione della casa del figlio Benoit e sembra non rendersi conto che il suo desiderio non è così forte nel figlio che improvvisamente smette di mandare soldi. Così Josette si indebita ma la sua vita è destinata a cambiare quando incontra Sarah, una ragazza che vende erbe medicinali ed è fidanzata con un francese.

Sarah chiede a Josette di fingere di essere sua madre per evitare che la sua vera famiglia sfrutti economicamente il fidanzato bianco che è in procinto di arrivare. Nonostante un’iniziale diffidenza Sarah riesce a conquistare il cuore di Josette…

Film fortemente autobiografico (all’inizio doveva essere un documentario) e dedicato alla madre (morta a pochi giorni dalla fine delle riprese) che ogni giorno, ricorda il regista, percorreva le stanze della grande casa di famiglia a Yaoundé “come la custode della memoria di tutti noi, coltivando al tempo stesso la speranza che un giorno saremmo tornati nelle nostre camere, a riprenderci il nostro posto. È la sua solitudine che voglio raccontare in questo film”.

Un film che il regista ha scritto a quattro mani con la madre e che già dalle prime inquadrature, struggenti ritratti di anziani soli, rompe l’immaginario un po’ buonista delle famiglie allargate africane che non abbandonano gli anziani. Vero (forse) nei villaggi ma non più nelle metropoli.

Josette cerca di colmare l’assenza dei figli riempiendo le pareti della casa con le loro foto, appendendole sui muri ancora freschi di vernice della nuova casa di Benoit. Le foto sono talismani contro la solitudine e l’oblio. Le vite sembrano esistere solo attraverso fotografie, video call, ricordi ripresi dai cellulari.

È un film che si sostiene sullo sguardo, di un’intensità commovente, di Josette che accecata dalla solitudine sembra non capire la realtà che la circonda. Josette controlla tutto, guarda i dibattiti politici alla televisione, ogni giovedì dalla sua terrazza osserva l’ospedale dove è morto suo marito.

È una donna determinata che non si ferma davanti agli ostacoli ma che sembra aver chiuso a chiave il suo cuore. Solo l’incontro con Sarah e poi l’irrompere della morte del figlio la riporterà alla realtà e, forse, ad un maggiore equilibrio.

In filigrana intravediamo la società camerunese con i suoi problemi: la corruzione dei poliziotti, l’avidità delle donne che gestiscono le tontine (sistema tradizionale e informale di risparmio e credito collettivo) la tendenza parassitaria rispetto all’Occidente.

Qui risuona forte l’eco di Mandabi (1968) di Sembène Ousmane, assoluto capolavoro neorealista che già prevedeva le voragini nelle quali sarebbero caduti gli stati africani post indipendenza.

Il regista pedina Josette e scruta con grande capacità di sguardo gli interni delle case, potenti dispositivi narrativi per raccontare la migrazione. Case che possono essere circondate da muri reali ma che inevitabilmente subiscono gli effetti del destino.

Forzato e poco approfondito, invece il personaggio di Sarah, che sembra costruito a tavolino come alter ego dei figli assenti.

Il film è una coproduzione Camerun, Francia, Belgio, Benin, Arabia Saudita e Qatar ed è forse in questa rete che il film è rimasto impigliato, costretto a passare tra le strette maglie dei finanziamenti statali e le mani di innumerevoli esperti e spin doctor, perdendo la potenza della semplicità.

Formatosi inizialmente a Yaoundé il regista ha ottenuto dopo vent’anni la cittadinanza francese, perdendo però quella camerunese.

Resilienza e terra

Decisamente più coerente, Al Baraneya, altro film che riflette sull’appartenenza e sulla resilienza. Qui siamo di fronte ad una famiglia egiziana che non vuole vendere la terra, con la quale però fa sempre più fatica a mantenersi. Il grano perde valore, i cavoli marciscono, non c’è acqua. E i gelsomini non vendono più.

Eppure nonostante le lusinghe di una possibile casa con vista mare, gli adulti non cedono alle offerte di un ricco acquirente. Resistono, sono immuni alle sirene di Tik Tok o delle serie televisive che invece affascinano i giovani.

La loro è una vita dura, fatta di gesti semplici e ripetitivi come tagliare le spighe di grano con il falcetto, riempire secchi d’acqua per innaffiare i campi, cogliere i cavoli con le mani, alzarsi di notte per cogliere i gelsomini da trasformare in ghirlande.

È un film corale nonostante sembra che Amal, una ragazza incinta, sia il fulcro della storia. La regista la segue ma nel frattempo non dimentica la famiglia che le sta intorno. La nonna, i genitori, le sorelle minori. La cugina che lavora come estetista al Cairo. La regista ci racconta la loro vita faticosa ma piena di amore e dignità.

La loro è una casa, spoglia, con muri segnati dal passaggio del tempo. Intorno a loro oltre i campi, illuminati da macchie di fiori gialli, la città cresce, le case vengono costruite, i treni promettono nuovi orizzonti. La regista ha girato nel suo villaggio facendo recitare i suoi parenti.

Creando uno spazio dove potessero raccontare la loro storia, influenzando così la sceneggiatura. Unica attrice professionista è Reem Amer che interpreta con grande intensità e rigore il personaggio di Amal e che diventa il perno emotivo sul quale strutturare le scene e i dialoghi.

In attesa di vedere gli ultimi titoli in concorso ci riempiamo gli occhi con le opere della Biennale Arte curata da Koyo Kouoh e quasi interamente concepita a Dakar.

Originariamente pubblicato su Nigrizia

Simona Cella

Simona Cella

Sceneggiatrice, produttrice, critica cinematografica