La batteria di Max Roach ritma le parole di una promessa che appare in forma di scritte su schermo nero.
Venerdì le nostre donne andranno alle Nazioni Unite.
Ci alzeremo e resteremo in piedi.
A presto sorella. Appuntamento all’Onu, ore 8.30, Venerdì.
Sullo schermo appare Abbey Lincoln. Il suo canto è accompagnato dalla scritta
Nostro fratello Lumumba è stato ucciso in Congo.
Un duetto di Max Roach e Abbey Lincolm e la promessa di un gruppo di donne di incontrasi all’Onu per protestare contro l’uccisione di Patrice Lumumba.
Inizia così il denso documentario di Johan Grimonprez che racconta a ritmo di jazz il back stage dell’omicidio di Lumumba, ucciso in Katanga il 16 Gennaio 1961 per mano di Moboutu e per conto della Cia e dei belgi, con la complicità dell’Onu.

Il film copre il periodo che va dal 1955 al 1965 ed è avvincente come può esserlo un romanzo di spionaggio letto ascoltando una compilation dei migliori jazzisti afroamericani: Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Duke Ellington, Thelonious Monk, Nina Simone, Miles Davis, John Coltrane…
Il fulcro della storia è il complotto ideato dal Belgio che costretto a concedere l’indipendenza al Congo orchestrò una strategia del divide et impera e il cui risultato più evidente fu la secessione della provincia del Katanga, regione che ospita i giacimenti minerari più preziosi del paese.
Un complotto sostenuto dagli Stati Uniti determinati a mantenere il controllo sull’uranio del Congo (grazie al quale si costruì la bomba atomica), con la complicità delle Nazioni Unite totalmente asservite agli interessi americani.
Il contesto storico è quello guerra fredda e della lotta contro il colonialismo. Il mondo è diviso in tre grossi blocchi: i Capitalisti, i Comunisti e i non allineati. Il Congo, ricco in materie prime, è al centro di tensioni che vanno oltre i propri confini geografici: la rivalità Usa-Urss, la lotta per l’indipendenza dell’Africa, l’emergere del blocco dei paesi afro-asiatici che grazie alla nascita di 16 paesi africani indipendenti sconvolgono gli equilibri interni all’Onu.
Per scavare nel lato oscuro del passato coloniale del Belgio, proprio paese di origine, il regista utilizza memorie audio, brani narrati di romanzi politici, discorsi, interviste, video di spettacoli, filmati amatoriali, testi ufficiali, filmati storici, documenti ufficiali e immagini di cinegiornali dell’epoca.
La narrazione non è lineare e riflette sia la complessità di uno dei rebus tra i più nebulosi dell’Africa Post Indipendenza che l’incandescenza ideologica di quel periodo.
La colonna sonora del colpo di stato che portò all’uccisione di Lumumba è una complessa polifonia a tempo di jazz, un jazz che non solo scandisce il ritmo del racconto ma ci ricorda come i complotti siano più raffinati di quello che possiamo comprendere con un’occhiata veloce alla storia.
Se l’Africa ha la forma di un revolver allora il Congo ne è il proiettile (Franz Fanon)
C’è un nucleo centrale formato dalla testimonianza e dal pensiero di Lumumba, Andrée Blouin, In Koli Jean Bofane, Malcom X. C’è un coro (Eisenhower, il Belgio, l’Onu, la Cia, i mercenari, Chruščëv, Nkrumah, Nasser, Malcom X, Fidel Castro, i leader dei paesi afro asiatici non allineati, Miriam Makeba, una guerrigliera lumumbista).
E poi ci sono i jazzisti. Grimonprez riprende la teoria secondo la quale il Dipartimento di Stato abbia utilizzato Armstrong e altri musicisti neri per distogliere l’attenzione dall’omicidio di Lumumba, inviandoli in tournée nei paesi africani come ambasciatori di buona volontà.“ Le visite di questi ambasciatori del jazz preannunciavano quasi sempre un colpo di Stato”, afferma il regista, ricordando anche il viaggio di Dizzy Gillespie in Siria nel 1956 e il concerto di Duke Ellington in Iraq nel 1963, che avvenne, di fatto, in concomitanza con il colpo di Stato di quell’anno. “E ho trovato molto strano che il Dipartimento di Stato inviasse musicisti jazz per coprire piani e politiche di cui nemmeno i musicisti erano a conoscenza. C’è stato letteralmente un momento in cui Louis Armstrong ha cenato con Larry Devlin, il capo della CIA a Leopoldville, e Armstrong non ne aveva la minima idea!”.
In quegli anni musicisti come Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Duke Ellington, Sarah Vaughan, Quincy Jones, Nina Simone furono effettivamente convinti a fare tournée in Africa e in Asia come attività di sensibilizzazione culturale, attività che in seguito si rivelarono essere operazioni di pubbliche relazioni sostenute dalla CIA.
“L’arma dell’America era una nota blu in chiave minore”, recitava un rapporto.
Una nota stonata e che metteva i musicisti afroamericani di fronte alla contraddizione di rappresentare un paese dove vigeva ancora la segregazione razziale.
Grimonprez utilizza il cinema alla sua ennesima potenza non solo per raccontare ma per ricreare una confusione simile alla distrazione creata dal potere occulto.
Il materiale audiovisivo sovrappone una voce che ci dice una cosa a un’immagine che ne mostra un’altra, mentre qualcuno suona un brano jazz e appaiono dei testi scritti. Un vortice che risucchia lo spettatore con un effetto ipnotico rafforzato dalla ripetizione di immagini (paracaduti che galleggiano nel cielo come enorme meduse, un elefante sospeso in aria che viene gettato nel container di una nave,un polipo gigante, un sottomarino, bambini che giocano) che aprono varchi onirici e simbolici aggiungendo un ulteriore livello di densità al già intenso memoir collettivo.

Bisogna vedere, leggere, ascoltare più volte per estrapolare e comprendere i diversi livelli di questo algoritmo congolese ancora tragicamente attuale. Una visione che richiede massima attenzione ma che illumina vaste zone d’ombra di una storia che ancora oggi ci coinvolge in prima persona non solo come consumatori di beni (come ci ricordano gli spot pubblicitari della Apple o della Tezla) ma anche in qualità di fruitori di cultura e arte.
Non tutti sanno forse che l’allora presidente del MOMA di New York , William Burden, non solo fosse un azionario dell’industria mineraria del Katanga ma anche ambasciatore degli Stati Uniti in Belgio e agente segreto della CIA. E, ça va sans dire, anche lui considerava necessario eliminare, politicamente e fisicamente, Lumumba.
Il consiglio d’amministrazione del Moma era come un annuario della Cia
Un intricato nodo quello tra arte contemporanea e colonialismo, poco indagato. Chissà forse la tanto declamata restituzione di opere d’arte ai paesi africani ( Dahomey di Mati Diop) serve a farci dimenticare l’anima nera dei cubi bianchi? ( White Cube di Renzo Martens ).
Dal vortice emergono per fortuna anche luminosi frammenti strappati dall’ombra di una memoria troppo spesso occultata, amputata, manipolata. Una luce che rieccheggia le parole di Lumumba nel giorno dell’Indipendenza:
Faremo del Congo un centro che irradierà luce su tutta l’Africa.
L’Hotel Theresa ad Harlem dove militanti e leaders dei paesi non allineati andavano ad ascoltare i discorsi di Lumumba e ad assistere all’incontro tra Castro e Chruščëv. Tra Castro e Malcom X. Una Bandung Conference in terra yankee che si contrappone all’Assemblea dell’Onu, triste e grigia scena del crimine.

Andrée Blouin, mandata dalla Guinea in Congo per organizzare un movimento femminile a supporto della campagna elettorale del Mouvement National Congolais e diventata redattrice dei discorsi e capo di protocollo di Lumumba. Ritratta dai servizi segreti del Belgio come comunista e cortigiana dei leaders africani ed espulsa dal Congo qualche giorno prima dell’Indipendenza, riuscirà a portare in salvo, nascosto nel proprio chignon, il documento che dimostrava la legittimità di Lumumba (non di Kasa Buvu, il candidato del Belgio) a guidare il governo.

In Koli Jean Bofane autore di Congo Inc. che ci ricorda come il Congo, un algoritmo in continua evoluzione tra Washington, London, Brussels and Kigali, sia stato il fornitore globale di materie prime indispensabili alle guerre globali: gomma per la Prima Guerra Mondiale, uranio per le bombe atomiche sganciate a Hiroshima e Nagasaki, rame per i proiettili in Vietnam. Senza dimenticare le materie prime necessarie a portare la guerra nello spazio.
La testimonianza di Corron Cruise O’Brien, allora a capo del Contingente Onu in Katanga, sul genocidio dei Balubakat per mano di mercenari provenienti da Belgio, Francia, Germania e Sud Africa. Una rara testimonianza di come i poteri forti utilizzino l’Onu per influenzare le politiche internazionali.
Chiudo citando una sequenza chiave che racconta meglio di qualsiasi trattato la potenza della voce della Nuova Africa in confronto alla boria e stupidità della vecchia Europa aggrappata ad un potere coloniale
ormai in decomposizione.
Il 29 Giugno 1960 il Re Baldovino sbarca a Leopoldville in occasione della proclamazione dell’Indipendenza del Congo per diventare inconsapevolente protagonista di una ridicola fiera della vanità in due atti.
Il primo atto lo vede sfilare borioso in una processione regale, così tronfio da non rendersi conto che un uomo distinto, in giacca e cravatta, Ambroise Boimbo, al passaggio della macchina del re allunga un braccio e ruba la spada cerimoniale.

Il secondo atto lo vede proclamare un vergognoso discorso in cui attribuisce l’indipendenza del Congo alla genialità di Leopoldo II e alla perseveranza del Belgio.
Come arriverà l’Indipendenza?
In macchina?
In nave?
O in aereo?
Une saison au Congo di Aimé Cesaire
Saranno le parole di Lumumba, in un discorso non previsto, a rimettere in ordine gli elementi ricordando il vero ruolo del Belgio e rivendicando la lotta di “lacrime, fuoco e sangue” del suo popolo.
Siamo orgogliosi sino nel più profondo del nostro animo, di aver dato vita ad una lotta che è stata di lacrime, sangue e fuoco, perché si trattava di una lotta nobile e giusta e necessaria per
porre termine all’umiliante schiavitù che ci hanno imposto con la forza.
Questa è stata la nostra sorte in ottant’anni di regime coloniale e le nostre ferite sono troppo fresche e dolorose per poter essere cancellate dalla memoria. Potremo dimenticarcene noi
che conosciamo il lavoro estenuante che non ci permette di soddisfare la nostra fame, vestire e abituare con dignità, educare i nostri figli come si richiede?
Dal discorso di Lumumba durante la cerimonia dell’indipendenza, 30 giugno 1960
Guardate il film. Leggete con attenzione i titoli di coda. Ascoltate la musica.
Per approfondire:
Johan Grimonprez
Il passato non è passato. Intervista a Johan Grimonprez
My Country Africa di Andrée Blouin
Congo Inc. by In Koli Jean Bofane
To Katanga and Back by Connor Cruise O’Brien
Lumumba mort d’un prophet
Lumumba di Raoul Peck
Une saison au Congo di Aimé Cesaire
Quando L’Indipendenza era un cha cha cha
Dr. Nico e Lumumba
Simona Cella
Scriptwriter, Producer, Film Critic